Il dibattito sulla sostenibilità dell’intelligenza artificiale si è concentrato finora sulla sua impronta ambientale. Le evidenze raccolte dall’Agenzia Europea dell’Ambiente sugli eventi estremi del 2026 impongono di considerare anche la direzione opposta del rapporto: l’esposizione delle infrastrutture digitali al rischio fisico climatico. Questo articolo propone di leggere i data center come nodi del nesso acqua-energia e ne discute le implicazioni per la regolazione italiana ed europea.
Introduzione: una relazione bidirezionale
La letteratura sulla sostenibilità del digitale ha descritto l’intelligenza artificiale prevalentemente come fattore di pressione: consumo di elettricità, prelievi idrici, uso del suolo, domanda di materiali critici. È la prospettiva adottata dal rapporto dell’United Nations University (UNU-INWEH) sull’impronta ambientale dell’AI, già analizzato su queste pagine.
Questa impostazione è necessaria ma incompleta. Le infrastrutture che rendono possibile l’AI sono a loro volta soggetti esposti al cambiamento climatico. Il rapporto tra AI e clima è quindi bidirezionale: la prima contribuisce alla pressione sulle risorse, il secondo condiziona la capacità della prima di operare in modo affidabile.
La tesi di questo articolo è che la seconda direzione sia oggi sottovalutata nelle politiche pubbliche. In una fase in cui l’Italia si propone come polo europeo dei data center, ignorarla significa costruire infrastrutture strategiche senza integrare nella loro pianificazione il rischio che l’EEA documenta come già in atto.
Quadro concettuale: rischio composto e rischio a cascata
Per analizzare l’esposizione delle infrastrutture digitali è utile richiamare due categorie consolidate nella valutazione del rischio climatico.
Il rischio composto si verifica quando più fattori di pericolo agiscono contemporaneamente o in successione ravvicinata. Un’ondata di calore accompagnata da siccità ne è l’esempio tipico: le temperature elevate aumentano la domanda di raffreddamento proprio mentre la disponibilità di acqua si riduce. L’effetto congiunto è superiore alla somma dei singoli effetti.
Il rischio a cascata riguarda invece la propagazione degli impatti attraverso sistemi interdipendenti. Il guasto o la riduzione di capacità di un’infrastruttura si trasmette a quelle che ne dipendono. La European Climate Risk Assessment (EUCRA), pubblicata dall’EEA nel 2024, ha individuato proprio in questa dinamica una delle principali vulnerabilità europee, indicando trasporti, energia, comunicazioni e reti idriche come sistemi sempre più esposti agli eventi estremi.
La EUCRA attribuisce all’acqua un ruolo di raccordo: una siccità prolungata può degradare le risorse da cui dipendono contemporaneamente popolazione, agricoltura, industria, centrali elettriche, trasporto fluviale ed ecosistemi. In termini analitici, l’acqua è una risorsa condivisa da sistemi in competizione, e la sua scarsità trasforma un rischio settoriale in un rischio sistemico.
Le evidenze del 2026
Il briefing dell’EEA Europe’s critical infrastructure under climate stress — lessons from 2026, pubblicato il 3 novembre, offre una verifica empirica delle categorie appena descritte. Il dato di sintesi è economico: il caldo estremo amplificato dal cambiamento climatico ha comportato per l’Unione Europea una perdita pari ad almeno l’1% del PIL nell’anno in corso.
Gli episodi documentati illustrano entrambe le dinamiche di rischio. I livelli minimi del Reno hanno compromesso il trasporto merci e, attraverso di esso, le catene di approvvigionamento: un caso di propagazione a cascata da un sistema idrico a uno logistico e industriale. In Portogallo le tempeste hanno danneggiato contemporaneamente reti stradali, ferroviarie ed elettriche. Nell’Europa centro-orientale la combinazione di siccità e calore ha ridotto la capacità di generazione elettrica, configurando un tipico rischio composto.
Il settore energetico emerge come particolarmente vulnerabile alla scarsità idrica: secondo le stime riportate dall’EEA, vi si concentra circa il 23% delle perdite economiche europee legate alla siccità, nell’ordine di 2 miliardi di euro annui. L’Agenzia conclude che il ritmo dell’adattamento deve aumentare perché le infrastrutture europee possano reggere le condizioni climatiche attese.
Il nesso acqua-energia-calcolo
Il briefing non tratta specificamente le infrastrutture digitali. Applicare il suo quadro ai data center permette tuttavia di identificare tre canali di esposizione.
Il primo è termodinamico. Un data center converte l’energia elettrica assorbita in calore, che deve essere dissipato. L’efficienza dei sistemi di raffreddamento diminuisce al crescere della temperatura esterna, e i sistemi evaporativi aumentano i prelievi d’acqua proprio nei periodi più caldi. Il fabbisogno di risorse raggiunge quindi il massimo quando la loro disponibilità è minima: una configurazione di rischio composto strutturale, non episodica.
Il secondo canale è la dipendenza dalla rete. Un data center opera in modo affidabile solo se la rete elettrica che lo alimenta è stabile. Le evidenze del 2026 mostrano che siccità e calore possono ridurre la capacità di generazione. In un contesto di domanda crescente, i data center diventano al tempo stesso causa di pressione sulla rete e soggetti esposti alla sua fragilità.
Il terzo canale è la competizione per risorse condivise. Le stime UNU-INWEH indicano che il consumo dei data center globali potrebbe raggiungere circa 945 TWh annui entro il 2030, e che l’ecosistema dell’AI potrebbe richiedere fino a 9,3 trilioni di litri d’acqua all’anno. In condizioni di scarsità, questi volumi entrano in concorrenza con usi civili, agricoli ed energetici. La questione non è più soltanto ambientale, ma riguarda l’allocazione di una risorsa scarsa tra settori.
A questi canali si aggiunge un elemento di retroazione. Nella misura in cui l’espansione della capacità di calcolo è alimentata da fonti fossili, contribuisce alle emissioni che intensificano gli eventi estremi da cui le stesse infrastrutture sono minacciate. Il fenomeno dell’effetto rimbalzo, per cui i guadagni di efficienza si traducono in un aumento della domanda complessiva, rende questa dinamica difficile da neutralizzare con il solo progresso tecnologico.
La lacuna regolatoria
Il quadro normativo italiano si è evoluto rapidamente nel corso del 2026, ma secondo una logica prevalentemente abilitante. Il decreto-legge 21/2026, convertito dalla legge 49/2026, ha integrato i data center nel sistema elettrico nazionale, introdotto misure contro la saturazione virtuale della rete e istituito un procedimento autorizzativo unico, con obblighi di classificazione e rendicontazione energetica. L’urgenza è comprensibile: al 31 gennaio 2026 le richieste di connessione alla rete per nuovi impianti avevano raggiunto 78,79 GW, un volume in larga parte speculativo.
Sul piano europeo, le direttive NIS 2 e CER qualificano già i data center come infrastrutture critiche. La NIS 2 riguarda la sicurezza informatica. La CER adotta invece un approccio a tutti i rischi, che comprende anche i pericoli naturali, ma impone obblighi generali di valutazione e gestione del rischio. Non stabilisce criteri operativi di localizzazione e progettazione legati agli scenari climatici.
Ne deriva un’asimmetria. Le norme accelerano la realizzazione degli impianti e ne riconoscono il carattere strategico, ma non traducono ancora in requisiti specifici le indicazioni che l’EEA formula per le altre infrastrutture critiche. In particolare, mancano criteri espliciti che leghino l’autorizzazione di un nuovo impianto alla disponibilità idrica di lungo periodo del territorio e alla sua esposizione agli scenari climatici futuri.
I decreti attuativi della legge delega sui data center, approvata dalla Camera nel febbraio 2026, rappresentano l’occasione per colmare questa lacuna.

Implicazioni di policy
Le sei lezioni che l’EEA trae dal 2026 offrono una base operativa per integrare il rischio climatico nella disciplina dei data center. Tre di esse risultano particolarmente rilevanti.
La prima è la pianificazione sugli scenari climatici futuri anziché sulle serie storiche. Per i data center ciò implica che la scelta del sito e del sistema di raffreddamento sia valutata rispetto alle condizioni idriche e termiche attese lungo l’intera vita utile dell’impianto. La mappatura delle aree preferenziali, già avviata da alcune amministrazioni locali, potrebbe incorporare indicatori di stress idrico prospettico.
La seconda è la valutazione del rischio a livello di sistema, che considera reti, dipendenze, filiere e impatti transfrontalieri e non soltanto il singolo asset. La resilienza di un data center coincide in larga misura con quella delle reti elettriche e idriche che lo servono. Le procedure autorizzative potrebbero quindi richiedere una valutazione delle interdipendenze, e non solo dell’impatto ambientale dell’impianto.
La terza è lo stress test periodico. Il sistema finanziario ha già sviluppato metodologie per integrare il rischio climatico fisico nei modelli prudenziali. Un approccio analogo applicato alle infrastrutture digitali permetterebbe di misurarne la vulnerabilità e di orientare gli investimenti, anche privati, verso le localizzazioni più robuste.
Il briefing coincide con la presentazione, da parte della Commissione Europea, del nuovo EU Framework for Climate Resilience, orientato a una gestione più sistematica e preventiva dei rischi climatici. Il quadro europeo offre dunque un riferimento coerente con cui allineare la normativa nazionale.
Il rapporto tra intelligenza artificiale e clima non può essere ridotto alla contabilità delle emissioni. Le infrastrutture digitali sono al tempo stesso fonte di pressione sulle risorse e sistemi esposti al rischio fisico. Il nesso acqua-energia è il punto in cui queste due dimensioni si sovrappongono.
Riconoscerlo sposta il tema dal piano dell’opportunità ambientale a quello della sicurezza economica e della continuità dei servizi. La perdita di almeno un punto di PIL attribuita dall’EEA al solo caldo estremo indica che il costo del mancato adattamento è già misurabile. Per un Paese che intende ospitare una quota crescente della capacità di calcolo europea, integrare questo rischio nella regolazione dei data center è una condizione di affidabilità dell’investimento, prima ancora che un obiettivo di sostenibilità.