Lo scontro tra Stati Uniti e Iran riporta al centro la sicurezza energetica globale. L’Ucraina continua a interrogare gli equilibri tra Russia e Occidente, mentre Washington guarda al petrolio venezuelano. A migliaia di chilometri di distanza, il disastro in Nepal mostra un’altra dimensione della stessa vulnerabilità: quella di infrastrutture e comunità esposte a un ambiente che cambia. Crisi apparentemente lontane che mostrano quanto energia, sicurezza, geopolitica e clima siano ormai strettamente interconnessi.
Su una carta geografica, lo Stretto di Hormuz, l’Ucraina, il Venezuela e il Nepal appaiono come punti distanti, appartenenti a contesti politici, economici e ambientali profondamente diversi. Il primo è uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta; il secondo è il teatro della più grave guerra europea degli ultimi decenni; il terzo possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo; il quarto è uno degli Stati più vulnerabili dell’area himalayana.
Considerati nel loro insieme, tuttavia, questi quattro scenari restituiscono un’immagine particolarmente nitida delle trasformazioni in corso nel sistema internazionale. Le crisi contemporanee tendono sempre meno a rimanere circoscritte al luogo in cui hanno origine. Guerre, tensioni diplomatiche, shock energetici ed eventi ambientali estremi producono conseguenze che si propagano attraverso reti commerciali, infrastrutturali, finanziarie ed energetiche.
È questa interdipendenza a definire una nuova geografia delle crisi.
Hormuz, dove una guerra può diventare una crisi energetica globale
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più evidenti di questa interconnessione. Il nuovo scontro tra Stati Uniti e Iran ha riportato l’attenzione su una delle principali vulnerabilità strutturali dell’economia mondiale. La nuova escalation militare americana contro obiettivi iraniani e la risposta di Teheran hanno trasformato nuovamente l’area del Golfo in un fronte estremamente instabile. Negli ultimi giorni anche petroliere sono state colpite nello Stretto, mentre il traffico marittimo risente delle tensioni.
Hormuz, tuttavia, non è uno stretto come gli altri. È una delle principali arterie dell’energia mondiale e rappresenta un passaggio cruciale per i flussi internazionali di petrolio e gas. Una crisi concentrata in pochi chilometri di mare tra Iran e penisola arabica può quindi produrre conseguenze economiche a migliaia di chilometri di distanza.
Lo scontro militare assume così immediatamente una dimensione energetica. Una crisi dell’energia può tradursi in aumento dei prezzi, nuove pressioni inflazionistiche, rallentamento economico e instabilità politica. Il petrolio, in questa prospettiva, non è soltanto una commodity. Torna a essere uno strumento di potere e una componente essenziale della sicurezza nazionale.
Dal Golfo al Venezuela: la ricerca americana di sicurezza energetica
È all’interno di questo quadro che anche il nuovo accordo petrolifero tra Stati Uniti e Venezuela assume un significato più ampio.
Washington ha annunciato un’intesa di dimensioni eccezionali che riguarda 17 giacimenti e oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane. L’amministrazione americana presenta l’operazione come uno strumento per rafforzare la sicurezza energetica degli Stati Uniti, mentre restano interrogativi importanti sulla struttura, sulla trasparenza e sulla concreta realizzabilità dell’accordo. Una lettura esclusivamente commerciale dell’operazione sarebbe tuttavia parziale.
Se Hormuz rappresenta la vulnerabilità derivante dalla dipendenza da un passaggio energetico esposto alla guerra, il Venezuela rappresenta la possibilità di rafforzare e diversificare gli approvvigionamenti nell’emisfero occidentale.
Ciò non significa stabilire un rapporto causale diretto tra l’escalation iraniana e l’accordo con Caracas. Il nesso è più profondo e strutturale: in un sistema internazionale caratterizzato da una crescente instabilità, il controllo, la diversificazione e la sicurezza delle fonti energetiche tornano a essere elementi centrali della strategia delle grandi potenze.
A questo si aggiunge la dimensione della competizione internazionale. Il Venezuela è da tempo uno spazio nel quale si incrociano anche gli interessi di Cina e Russia. La possibilità per Washington di rafforzare la propria presenza nel settore petrolifero venezuelano riguarda quindi contemporaneamente energia, sicurezza e rapporti di forza tra le maggiori potenze.

Ucraina, Russia e la riapertura del canale tra Washington e Mosca
Il terzo scenario è quello ucraino. Mentre prosegue la guerra e aumentano le preoccupazioni occidentali rispetto a un’ulteriore escalation militare russa, il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe ha compiuto una rara visita non annunciata a Mosca.
Il viaggio assume particolare rilevanza proprio per il momento nel quale si è svolto. Il Cremlino ha confermato incontri con rappresentanti dell’intelligence russa, ma non con Vladimir Putin, mentre Washington non ha reso pubblico nel dettaglio il contenuto delle conversazioni. Diverse ricostruzioni hanno collegato la missione alle preoccupazioni americane sull’Ucraina e al rischio di un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Russia e NATO. Anche in questo caso, i diversi fronti della crisi internazionale tendono a sovrapporsi.
Gli Stati Uniti sono chiamati a gestire contemporaneamente la pressione russa sul fronte europeo e il confronto con l’Iran in Medio Oriente. Mosca, a sua volta, resta un attore rilevante in entrambi gli scenari. Ne deriva un sistema nel quale le crisi geopolitiche difficilmente possono essere considerate del tutto autonome. Risorse militari, alleanze, intelligence, capacità industriale ed energia collegano teatri geograficamente distanti. Una decisione presa sul fronte mediorientale può modificare priorità e risorse disponibili per quello europeo; uno shock energetico può incidere sui rapporti economici con la Russia; un accordo petrolifero in America Latina può modificare gli spazi di influenza di Mosca e Pechino.
La geopolitica contemporanea assume così sempre più la forma di una rete di interdipendenze.
Nepal, quando la vulnerabilità ambientale diventa vulnerabilità energetica
Il Nepal introduce una dimensione differente, ma non estranea a questo quadro. Il disastro del 26 agosto nell’area himalayana ha mostrato ancora una volta l’estrema vulnerabilità di territori nei quali dinamiche geologiche, trasformazioni climatiche, insediamenti umani e infrastrutture strategiche convivono in un equilibrio particolarmente fragile.
Un’enorme massa di ghiaccio e roccia si è staccata nell’area himalayana, generando una violentissima onda di acqua, fango e detriti lungo il sistema fluviale Bhote Koshi-Trishuli, al confine tra Nepal e Tibet. Il bilancio umano è stato drammatico e le operazioni di ricerca sono proseguite nei giorni successivi. L’interpretazione scientifica dell’evento richiede cautela. Il CNR sottolinea l’interazione tra la naturale instabilità geologica dell’Himalaya, legata anche alla sua dinamica tettonica, e processi associati al riscaldamento globale, come il degrado del permafrost e l’accelerazione della fusione glaciale. Gli stessi ricercatori ricordano come non sia scientificamente corretto attribuire automaticamente un singolo evento estremo al cambiamento climatico.
È tuttavia nelle conseguenze che emerge con maggiore chiarezza il legame con il tema della sicurezza.
Le inondazioni hanno colpito anche infrastrutture idroelettriche, interrompendo la produzione e mettendo in difficoltà impianti, cantieri e lavoratori. Il disastro naturale si è così trasformato anche in una crisi infrastrutturale ed energetica. Ed è proprio sotto questo profilo che Nepal e Hormuz, pur nella radicale diversità delle rispettive crisi, possono essere collocati all’interno dello stesso ragionamento.
Nel Golfo la vulnerabilità energetica è prevalentemente geopolitica: una delle principali rotte mondiali può essere compromessa da un conflitto militare. In Nepal la vulnerabilità è innanzitutto fisica e ambientale: infrastrutture essenziali possono essere compromesse da fenomeni naturali estremi, la cui pericolosità si inserisce in un contesto ambientale in trasformazione.
Le cause sono differenti. Il problema strategico che ne deriva presenta però un elemento comune: la sicurezza energetica dipende dalla capacità dei sistemi contemporanei di resistere a shock di natura diversa.
La sicurezza del XXI secolo non è più soltanto militare
È in questa prospettiva che Hormuz, Ucraina, Venezuela e Nepal possono essere letti come parti di uno stesso quadro. Per gran parte del Novecento, il concetto di sicurezza internazionale è stato costruito prevalentemente attorno a eserciti, confini, deterrenza e alleanze. Queste dimensioni rimangono essenziali, ma non sono più sufficienti a descrivere le vulnerabilità delle società contemporanee.
La sicurezza passa anche attraverso una petroliera che attraversa uno stretto, una centrale idroelettrica costruita in una valle himalayana, un oleodotto, una rete elettrica, un giacimento venezuelano o la capacità di uno Stato di adattare le proprie infrastrutture a condizioni ambientali in trasformazione.
È un cambiamento che riguarda anche il significato della transizione energetica. Decarbonizzare non significa soltanto ridurre le emissioni. Significa anche costruire sistemi energetici diversificati, resilienti e meno dipendenti da singoli punti di vulnerabilità. Allo stesso tempo, le fonti rinnovabili dipendono da infrastrutture, territori, tecnologie e catene di approvvigionamento che devono essere protetti sia dalle conseguenze del cambiamento climatico sia dalle tensioni geopolitiche.
La questione ambientale entra così sempre più nella politica di sicurezza, mentre la politica energetica torna al centro della politica estera.
Un mondo di “breaking points”
Uno dei tratti distintivi dell’attuale fase internazionale risiede proprio nella crescente difficoltà di stabilire dove termini una crisi e dove ne inizi un’altra.
Una guerra nello Stretto di Hormuz mette sotto pressione il sistema energetico internazionale. La vulnerabilità delle rotte del Golfo accresce il valore strategico della diversificazione degli approvvigionamenti e delle immense riserve venezuelane. La competizione per energia e influenza coinvolge Stati Uniti, Russia e Cina mentre Mosca continua la guerra in Ucraina. Sulle montagne dell’Himalaya, intanto, un disastro mostra quanto la sicurezza energetica possa dipendere anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla capacità di adattarsi a territori sempre più esposti.
Non si tratta di sostenere che questi eventi abbiano una causa comune. Il punto è diverso: le loro conseguenze attraversano sistemi sempre più interdipendenti. Energia, clima e sicurezza non costituiscono più capitoli separati della politica internazionale. Sono dimensioni differenti di uno stesso sistema globale.
È forse questa la lezione che emerge contemporaneamente da Hormuz, dall’Ucraina, dal Venezuela e dal Nepal: nel mondo interconnesso, il vero “breaking point” si raggiunge quando una crisi smette di appartenere esclusivamente al luogo in cui è iniziata e comincia a propagarsi attraverso l’intero sistema.