People scavenging for reuseable clothing at the top of a huge mound of discarded second-hand clothing at a rubbish dump in the Old Fadama area of Accra. This is where much of the second-hand clothing imported from Europe and the USA, but of too poor quality to be sold in the Kantamanto second-hand clothing market, ends up being dumped. / LUZ Creation Date:

Vi siete mai interrogati sul destino dei vostri beni una volta abbandonati? Parliamo di oggetti che abitualmente affollano le nostre case, dalle apparecchiature elettroniche ai nostri indumenti usati. Questo non è solo un interrogativo, è un invito a esplorare il percorso dei nostri consumi e delle loro conseguenze dopo che li abbiamo scartati. Accompagnatemi in un viaggio attraverso il dopo-rifiuto per scoprire il destino dei nostri oggetti.

 

Dopo aver utilizzato appieno i vostri prodotti, è consuetudine smaltirli nella spazzatura una volta che hanno raggiunto il loro ciclo di vita finale. Questo è del tutto normale, poiché si tende a credere che questi prodotti finiranno in discariche appositamente predisposte o verranno riciclati. Vi è stato a lungo fatto credere che i vostri abiti e i prodotti di vario genere donati finiscano in opere di beneficenza, ma ciò non è sempre vero. La verità è che ogni anno migliaia di tonnellate di rifiuti vengono inviati ai paesi dell’Africa e dell’Asia. I numeri sono difficili da stimare a causa delle molteplici operazioni effettuate e della maggior parte delle volte operate con discrezione.

 

Nel 2019 in Malesia, sono stati segnalati 3000 tonnellate di rifiuti non riciclabili provenienti da paesi definiti sviluppati come Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada. Una situazione che ha costretto il governo malese a rimandare questi rifiuti nei loro paesi d’origine. Considerando che il continente africano da solo genera tra 80 e 100 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno, e che la mancanza di infrastrutture dedicate al riciclaggio costituisce un ostacolo alla capacità di questi paesi di riciclare, l’analisi diventa più semplice.

Qual è quindi il ruolo della regolamentazione in queste pratiche non salutari? La Convenzione di Basilea, entrata in vigore il 5 maggio 1992, è un trattato internazionale che è stato istituito per ridurre la circolazione dei rifiuti tra i paesi, per essere più chiari, per evitare il trasferimento di rifiuti dai paesi definiti sviluppati ai paesi meno sviluppati. La realtà è che i paesi definiti sviluppati trasferiscono questi rifiuti sotto varie coperture: una di esse è far passare i prodotti di seconda mano come opere di beneficenza destinate ad associazioni o comunità povere. Da quel momento la convenzione non viene applicata. Ciò è del tutto intelligente e malato quando si considera che il 90% di questi prodotti non è più utilizzabile.

 

Questa situazione costringe quindi i paesi ospitanti (Burkina Faso, Etiopia, Congo…) a trovarsi con una quantità inestimabile di rifiuti e enormi discariche di fronte alla loro limitata capacità di riciclo. A questo si aggiunge la quantità di container che trasportano i prodotti di seconda mano commercializzati dalla diaspora. Come cause, i prodotti della moda veloce che invadono i mercati europei (4 milioni di tonnellate di rifiuti tessili prodotti ogni anno in Europa) e solo il 20% viene riciclato.

 

Di fronte a una situazione del genere, sono possibili diverse soluzioni.

Regolamenti rigorosi nei paesi ospitanti con sanzioni adeguate per fronteggiare eventuali ricezioni di rifiuti. Ad esempio, la Costa d’Avorio ha fissato il limite di età per l’importazione dei veicoli a 5 anni per i taxi, 7 anni per i minibus e i furgoni e 10 anni per i camion da 5 a 10 tonnellate. Consentendo così l’arrivo sul territorio ivoriano di tonnellate di ferro senza valore.

Lo sviluppo di infrastrutture adatte al riciclaggio e al riutilizzo dei rifiuti plastici e considerare un piano d’azione per contrastare l’avanzata della moda veloce saranno al contempo soluzioni necessarie, come quella di sostenere le start-up innovative nel riciclaggio e nel trattamento dei rifiuti. 

Le soluzioni non mancano, ciò che manca è ovviamente una mancanza di volontà e trasparenza da parte degli stati, e soprattutto, una grande disinformazione su ciò che accade nel continente Africano.

Sign Up for Our Newsletters

Get notified of the best deals on our WordPress themes.

You May Also Like

Verso una Gestione Sostenibile dei Rifiuti Plastici: Il Caso dell’India e le Sfide Globali

L’articolo esamina la gestione dei rifiuti plastici in India e nel mondo,…

Cambiamento climatico e disparità di genere: il ruolo cruciale delle donne nelle aree rurali

Un nuovo rapporto della Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite (FAO)…

Il Pacchetto sull’Economia Circolare apre la porta ad un mondo più sostenibile

Il principio dell’economia circolare è semplice ma cruciale, un processo che promuove…

Il reporting di sostenibilità per le PMI, quali saranno gli sviluppi futuri? Le necessità sono più vicine del previsto.

Il reporting di sostenibilità diventerà obbligatorio per le PMI europee nel 2026, ma le richieste di dati sono già in corso a causa delle grandi aziende. Le PMI dovranno affrontare sfide nella raccolta dati e nella formazione del personale, e la digitalizzazione potrebbe essere una soluzione chiave.