Il settore automobilistico è da tempo riconosciuto come uno dei principali inquinatori a livello globale. Secondo le statistiche, prima dell’era del Covid-19, venivano prodotti oltre 90 milioni di veicoli ogni anno nel mondo. Un dato enorme se si considera la quantità di emissioni di ciascun veicolo, tenendo conto della sua energia grigia, dei gas emessi durante l’uso e delle particelle inquinanti. A ciò si aggiungono i materiali utilizzati durante la produzione, tra cui la plastica, uno degli elementi più inquinanti nel mondo della produzione. Di fronte a ciò, i legislatori hanno preso misure per ridurre l’impatto ambientale delle automobili.

Nonostante le misure adottate dalle autorità, c’è un elemento che rimane discreto e non attira sufficiente attenzione: il pneumatico. Nonostante sia l’elemento guida del veicolo, lo pneumatico è considerato emettitore di 73 mg/km di particolato fine per chilometro, rispetto ai 36 mg/km emessi da un motore termico secondo un organismo inglese.

 

Il problema non è l’uso degli pneumatici e le relative emissioni, ma piuttosto ciò che succede dopo l’uso, ovvero la seconda vita degli pneumatici usati. Oggi più di 200 milioni di pneumatici usati finiscono ogni anno nelle discariche in Europa, rappresentando un mercato enorme per l’economia circolare. La domanda è: cosa accade a questi pneumatici? La buona notizia è che oggi oltre l’80% di questi pneumatici viene raccolto e riciclato, riducendo non solo l’impatto ambientale di questo tipo di rifiuti, ma contribuendo anche a costruire un ecosistema più sostenibile lungo tutta la catena logistica. Nella loro seconda vita, verranno utilizzati come combustibile o gomma per la produzione di altri materiali.

Negli ultimi anni, è emerso un movimento di giovani start-up nate in Africa che mirano a riciclare gli pneumatici, una necessità dovuta all’esportazione di oltre 5 milioni di veicoli dall’Europa al continente africano ogni anno. La maggior parte di questi paesi non dispone di industrie di riciclaggio degli pneumatici. Tra queste start-up, ce n’è una giovane, nigeriana di nome Abadan che ricicla i vecchi pneumatici in pavimentazione, parte della quale viene riutilizzata per creare spazi giochi per lo sviluppo dei più giovani all’interno della sua fondazione. Un altro giovane Burkinabè, Amadou Touré, ha deciso di focalizzarsi sul gusto estetico, prendendo i pneumatici che poi trasforma in poltrone che combinano pneumatici usati e tessuti culturali, conferendo un tocco speciale a questi articoli che impressiona molti.

Tali esempi hanno un impatto sociale ed ambientale significativo, in quanto contribuiscono a ridurre il numero di pneumatici usati in circolazione, diminuendo così l’impatto ambientale degli pneumatici. Inoltre, hanno un impatto sociale ed economico che si riflette nella loro volontà di garantire l’accesso facile a questi articoli alle popolazioni che non ne hanno i mezzi, poiché la sostenibilità è anche questo. Questi esempi meritano lodi e incoraggiamenti, in quanto promuovono l’innovazione e la creatività. La sostenibilità implica anche l’uso, la gestione responsabile, efficiente ed efficace delle nostre risorse, preservando l’ambiente e garantendo il futuro delle generazioni a venire. E questi giovani lo hanno compreso bene.

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